Aumento della popolazione, urbanizzazione e invecchiamento

La crescita della popolazione mondiale sta rallentando, ma alcune regioni, come l’Africa e l’Asia, assisteranno ancora all’espansione demografica ben oltre la metà di questo secolo, e persino nel prossimo. Attualmente le città contano più abitanti delle zone rurali, e questa differenza è prevista in aumento al crescere della popolazione. L’urbanizzazione si accompagna a un cambiamento dell’alimentazione, con conseguenze sui sistemi della produzione del cibo.
Nel complesso, la popolazione mondiale sta invecchiando. Questo processo sta accelerando nei paesi a basso reddito, dove l’invecchiamento tende a cominciare presto e a diventare più frequente nelle aree rurali. L’urbanizzazione e l’invecchiamento avranno importanti ripercussioni sulla forza di lavoro agricola e sul tessuto socio-economico delle comunità rurali.
L’ONU ha stimato la crescita della popolazione secondo tre diversi velocità, una bassa, una media e una alta. Nella analisi seguente, sarà considerata quella di mezzo.
Considerando il mondo intero, i tassi di crescita della popolazione sono diminuiti negli ultimi cinque decenni. Nel punto di massimo degli ultimi anni ’60, i tassi hanno raggiunto il 2% annuo, e i tassi di fertilità (TFR) il 4,5%. Con la diminuzione dei TFR a 2,5 nel 2015, la crescita della popolazione mondiale è scesa all’1,2%. Nonostante questo declino, gli incrementi annuali hanno continuato fino a poco fa, quando hanno cominciato a diminuire considerevolmente. Attualmente, l’aumento annuale è di poco al di sotto degli 80 milioni di persone. L’ipotesi della velocità media suggerisce ora un graduale declino dell’aumento della popolazione mondiale fino a poco più di 55 milioni annui per il 2050, e un progressivo, successivo rallentamento fino a 15 milioni annui per la fine del secolo. Nel complesso, questi incrementi si traducono in una popolazione mondiale di 9,7 miliardi verso il 2050 e di 11,2 miliardi per il 2109.
Queste tendenze non prendono in considerazione le notevoli differenze tra le regioni e quelle al loro interno, e inoltre i divari tra paesi ad alto, medio e basso reddito. Mentre i primi raggiungerebbero la popolazione più numerosa intorno al 2040, gli altri assisterebbero solo a un lento declino della crescita nel medio e persino nel lungo termine. Vi sono inoltre considerevoli differenze nei tassi di crescita all’interno dei paesi più poveri. L’Asia, il continente più popoloso, raggiungerebbe il picco tra il 2050 e il 2060. Si prevede che l’Asia orientale assisterà a un continuo e crescente rallentamento demografico e a una diminuzione complessiva della popolazione dopo il 2040. L’Asia meridionale continuerà a crescer dopo il 2070 e raggiungerà il massimo un po’ dopo. Anche l’America Latina dovrebbe rallentare, anche se in misura più moderata, e la regione non raggiungerà il massimo demografico prima del 2060. Per il Vicino Oriente e per il Nord Africa si prospetta una crescita più rapida e durevole, mentre l’aumento dovrebbe cessare solo dopo il 2080. Il solo continente che non vedrà il massimo in questo secolo sarà l’Africa. Mentre il suo tasso di crescita continuerà a decelerare, la popolazione continuerà ad espandersi oltre il 2100, dopo aver superato i 2,2 miliardi verso il 2050 e i 4 miliardi alla fine del secolo.
L’effetto globale, come detto, sarà una continua crescita che probabilmente ci porterà nel 2100 a più di 11,2 miliardi di persone.
Le differenze all’interno delle regioni sono anche più pronunciate di quelle trans-regionali. Alcuni paesi sono proiettati verso una crescita molto rapida, tale da moltiplicarsi intorno al 2050. In cima alla lista si colloca la Nigeria, che aspetta tassi di crescita del 3,8% tra il 2015 e il 2050, e successivamente del 2,1%. Secondo lo schema della velocità media, la sua popolazione si espanderà dai 20 milioni attuali ai 72 milioni verso il 2050, e ai 209 milioni verso il 2100. Si prospettano tassi di crescita superiori al 2,5% fino al 2050 anche per l’Angola, il Burundi, il Chad, il Congo, il Gambia, il Malawi, il Mali, il Senegal, la Somalia, la Tanzania, l’Uganda e lo Zambia, tutti paesi collocati nella fascia sub-sahariana, e molti nella zona centrale e orientale africana. La popolazione complessiva di questi paesi ha raggiunto nel 2015 i 320 milioni, previsti quasi al raddoppio alla metà del secolo e più che raddoppiati alla fine del secolo, per un totale di 1,8 miliardi di persone.
Nel caso in cui queste proiezioni dovessero verificarsi, gli aumenti potrebbero seriamente mettere a repentaglio le prospettive di sviluppo di quei paesi. Poiché essi dipendono soprattutto dall’agricoltura per l’occupazione e la produzione del reddito, verrebbero ostacolate anche le prospettive di miglioramento della sicurezza alimentare e della nutrizione. Ciò si verificherebbe particolarmente nei paesi dipendenti dall’agricoltura e con limitate risorse territoriali e idriche, quali la Nigeria e la Somalia.

Per decenni, la popolazione mondiale era prevalentemente rurale. 35 anni fa, più del 60% delle persone vivevano nelle campagne. Da allora il bilancio campagna-città è notevolmente cambiato, e oggi un po’ più della metà (54%) della popolazione mondiale vive nei centri urbani. Nel 2050 vivranno in aree urbane più di 2/3 delle persone. I cambiamenti dell’agricoltura, specie i progressi tecnici e l’adozione di tecnologie a protezione del lavoro, hanno aiutato a sostenere la crescente urbanizzazione. Nello stesso tempo, l’agricoltura, il cibo e l’alimentazione sono stati e probabilmente continueranno ad essere influenzati dai cambiamenti portati dall’urbanizzazione. In termini assoluti, l’urbanizzazione potrebbe portare nel mondo nel 2050 un incremento netto di popolazione urbana di 2,4 miliardi, superiore all’incremento totale di 2,2 miliardi, il che significa che nelle zone rurali si avrebbe una diminuzione di 200 milioni di persone. La riduzione netta della popolazione rurale riflette molto più di una semplice migrazione dalle campagne alle città, ma è dovuta a una molteplicità di fattori, soprattutto a un aumento della mortalità e dalle minori aspettative di vita nelle aree rurali. Tali fattori hanno più che compensato i minori tassi di fertilità urbana.
Mentre l’urbanizzazione era un fenomeno dei paesi ad alto reddito fino agli anni ’70, la rapida crescita dei paesi a basso reddito è diventata da allora la caratteristica dinamica di urbanizzazione globale. Attualmente sono le dimensioni delle popolazioni urbane nei paesi a basso reddito a prevalere sulle dinamiche globali.
Il quadro generale nasconde importanti differenze tra le regioni. Tra quelle in via di sviluppo, l’America Latina è stata tradizionalmente la più urbanizzata, in particolare il Sud America. Intorno agli anni ’80, più di due terzi della sua popolazione era classificata urbana, una percentuale salita a quasi l’80% nel 2015. Ma, mentre il suo alto grado di urbanizzazione è previsto in declino e la futura crescita bassa, le aree poco urbanizzate possono in futuro trasformarsi velocemente.

La rapida crescita della popolazione cambia la configurazione delle fasce di età, aumentando la percentuale delle giovani generazioni. Tra il 2015 e il 2059, nei paesi a basso-medio reddito, il numero dei giovani tra i 15 e i 24 anni è previsto in aumento da 1 miliardo a 1,2 miliardi. La maggior parte di essi apparterebbero alle zone rurali dell’Africa sub-sahariana e dell’Asia meridionale, là dove probabilmente è più difficile trovare lavoro.
Senza sufficienti opportunità di lavoro, aumenterebbe l’emigrazione, con impatti già avvertiti in alcuni paesi di destinazione, non solo africani e asiatici, ma soprattutto in Europa e nelle regioni ad alto reddito. I flussi emigratori potrebbero essere parzialmente assorbiti per mezzo di pianificazioni familiari, in ogni caso con politiche che promuovono lavori decorosi e opportunità di guadagno, specialmente nelle aree rurali.
Nelle popolazioni rurali sta accelerando anche l’invecchiamento.
Nei prossimi decenni, il mondo sarà probabilmente non solo più affollato e urbanizzato, ma anche demograficamente più anziano. Non è una nuova tendenza. Dal 1950 al 2015, la percentuale dei bambini al di sotto dei 5 anni è diminuita dal 13,4 al 9,1%, e quella degli anziani (più di 65 anni) è aumentata dal 5,1 all’8,3%. Questa tendenza è prevista in aumento. Per la fine del secolo la percentuale dei bambini potrebbe scendere al 5,8%, mentre quella degli anziani potrebbe salire al 22,7%.
Al di là di questa media globale, esistono significative differenze tra i paesi e i continenti. Nei paesi ad alto reddito, l’età media è aumentata. I prossimi 20-25 anni potrebbero registrare un ulteriore invecchiamento prima che il fenomeno si stabilizzi. Nei prossimi 15 anni, il numero delle persone anziane è previsto in aumento più rapido in America Latina e nei Caraibi, con un aumento del 71% della popolazione al di sopra dei 65 anni; segue l’Asia (66%), l’Africa (64%), l’Oceania (47%), il Nord America (41%) e l’Europa (23%).
Per decenni, l’aumento dell’età media è stato considerato nei paesi ad alto reddito un progresso. La gente viveva e vive più a lungo e di solito in modo più sano grazie a una migliore alimentazione, ai servizi di sanità pubblica e ai progressi della medicina che hanno accompagnato una crescita costante delle aspettative di vita. Le imprese hanno beneficiato di una forza di lavoro solida e in salute, che ha contribuito a una crescita dei ricavi e ha aiutato la minoranza dei bisognosi, provvedendo alle pensioni e alla sanità degli anziani e all’educazione dei più giovani. Questa tendenza potrebbe ora cambiare. Con l’invecchiamento il potenziale di crescita economica rallenta, i sistemi di assistenza sociale diventano insostenibili e gli oneri sanitari aumentano. Molte nazioni ad alto reddito hanno avuto a disposizione decenni per rimediare ai cambiamenti delle differenze di età. È passato ad esempio in Francia più di un secolo per un aumento degli anziani dal 7 al 14% della popolazione. In contrasto, molti paesi a basso reddito stanno sperimentando un aumento molto più rapido del numero e della percentuale degli anziani, senza spesso un incrementi dei lavoratori attivi come può avvenire nei paesi a lento invecchiamento. Molti paesi poveri, in un prevedibile futuro, non potranno raggiungere i livelli reddituali dei paesi avanzati. È possibile che invecchino prima di diventare ricchi.
L’invecchiamento nelle aree rurali tende a cominciare prima e a procedere più in fretta di quanto indicano le medie nazionali. In quelle zone ci sono maggiori differenze nella composizione delle forze lavorarive, nei sistemi di produzione agricola, nelle proprietà terriere, nell’organizzazione sociale delle comunità rurali e in generale nello sviluppo socio-economico.
Il degrado ambientale, il cambiamento climatico e una limitata tecnologia agricola tendono a influire sugli agricoltori più anziani più che su quelli giovani, sani e più istruiti. Gli svantaggi affrontati dai contadini anziani possono essere aggravati dalla discriminazione nell’accesso al credito, alla formazione e alle risorse reddituali.
Le innovazioni in campo agricolo, quali la diffusione di nuove tecnologie e l’introduzione di nuove sementi e di nuovi strumenti, ignorano spesso gli anziani, tanto che molti non dispongono né delle risorse economiche per acquistare nuovi mezzi, né della capacità (es. dell’alfabetizzazione) o dell’energia per investire nelle nuove possibilità. Le donne anziane sono particolarmente svantaggiate perché la divisione di genere nella produzione agricola limita le opportunità di ottenere credito e formazione, o di partecipare agli scambi commerciali.
Nei paesi dove la forza di lavoro agricolo sta invecchiando, l’adattamento delle tecnologie e delle politiche alle capacità e ai bisogni degli anziani potrebbe aiutare a mantenerli in contatto con le attività produttive. Nelle zone che stanno sperimentando un rapido invecchiamento, la disponibilità di servizi sociali dovrebbe contemplare l’adattamento dei sistemi di sostegno alle nuove configurazioni demografiche.

La rapida urbanizzazione sta accelerando i cambiamenti alimentari.
La crescita del fenomeno tende a far aumentare la domanda per gli alimenti trattati, così come per i cibi di origine animale, la frutta e la verdura, il che significa un cambiamento dietetico. Nelle città, i salari più alti tendono a far salire anche i costi di preparazione del cibo e a preferire i prodotti alimentari che richiedono elaborazione, come quelli dei fast food, come i cibi pronti acquistati in negozio e gli alimenti preparati e venduti in strada. Con questi cambiamenti, muta anche il contenuto dei nutrimenti. Sostanzialmente le diete diventano più ricche di sale, di grassi e di zuccheri e, in generale, più energetiche. La trasformazione dei consumi si traduce anche in un cambiamento del lavoro nel sistema alimentare: lavorano meno persone in agricoltura e più persone nei trasporti, nella vendita all’ingrosso e al dettaglio, nella trasformazione e nella distribuzione alimentare.

Guido Caroselli

(fonte: FAO)

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