Aurora polare

Di notte, in condizioni del tutto particolari, può accadere di assistere a uno spettacolo eccezionale e di incomparabile bellezza: l’aurora boreale. La vide tra le 22.30 e le 23.30 del 21 gennaio 1957 tutta l’Italia settentrionale – a Courmayeur come in Trentino, ma anche a Milano, registrata dall’Osservatorio Brera, sia pure attutita dalla coltre di nebbia – e in parte di quella centrale. Meraviglia e terrore: quando alle 23 il chiarore si diffuse nel cielo, a Castagneto e a Bastia si è sparsa la voce che erano arrivati i marziani. La gente è uscita di casa con valigie colme di indumenti. Una psicosi che durò qualche ora.
Si tratta di onde o di archi di luce fiammeggianti che illuminano il cielo e lo tingono di risso, di verde, di giallo, di blu e d’argento. È un fenomeno dovuto all’interazione del vento solare, ovvero particelle atomiche, protoni ed elettroni provenienti dal Sole e catturati dal campo magnetico terrestre, con l’azoto e l’ossigeno presenti nell’alta atmosfera, tra i 100 e i 400 km d’altezza.
I cinesi copiarono le forme sinuose dei loro draghi da queste figure celesti.
Per gli antichi Finnici l’aurora boreale era una volpe che scappava per il cielo con la coda in fiamme. I Vichinghi pensavano fosse luce solare che si specchia sugli scudi delle Valchirie. I vecchi svedesi la paragonavano più modestamente ai riflessi di un banco di aringhe. I Sami della Lapponia la chiamavano «Guovssahas, luce che può essere udita». Credevano che si trattasse di spiriti benefici, guide celesti inviate ad aiutare chi era morto di morte violenta e voleva raggiungere la pace dell’aldilà.
Il primo a chiamarla con il suo nome attuale (da Aurora, la dea romana dell’alba, e Boreas, il dio greco del vento di settentrione) fu Galileo Galilei nel 1618. Poi arrivò l’ufficialità di un trattato di fisica, scritto dall’astronomo francese Pierre Gassendi.
I proverbi del Nord Europa e i detti degli indiani Cheyenne postulavano un nesso con il gelo e con il maltempo. Beniamino Franklin osservò l’insorgenza, a distanza di 48 ore dall’aurora polare, di venti da sud-ovest (sintomo di peggioramento del tempo). Molti scienziati di oggi non credono a queste relazioni, ma studi recenti del Centro di Ricerche Atmosferiche di Boulder (Colorado, USA) hanno in effetti osservato una maggiore incidenza di piogge e nevicate due settimane dopo un’intensa aurora. Le grandi depressioni atmosferiche del circolo polare artico, la culla della maggior parte delle perturbazioni, verrebbero approfondite e rinvigorite dalle aurore polari.
La scala dell’intensità geomagnetica, che misura la bellezza dell’aurora, arriva fino al livello 9 (spettacolo godibile solo dall’atmosfera).
Febbraio e marzo sono i mesi ideali: la notte polare è ancora lunga (poche ore di sole basso all’orizzonte) e più serena rispetto ai mesi precedenti.
Vi sono guide che aiutano gli «aurora hunters» a raggiungere raggiungere posti come l’Abisko Mountain Lodge, nel nord della Svezia, 68 gradi di latitudine. Vi sono agenzie come l’inglese Aurora Zone che mettono a disposizione il loro know-how e quello della Nasa.

Guido Caroselli

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