L’eruzione del Tambora e le conseguenze

Nell’aprile 1815, nella lontana isola indonesiana di Sumbawa, ebbe luogo
la più devastante eruzione vulcanica dopo migliaia di anni, quella del Tambora. Il bilancio delle vittime fu pesantissimo, circa 100.000 morti a causa dei gettiti di lava, dello tsunami che colpì le coste circostanti e delle ceneri che coprirono i terreni agricoli del Sud-Est asiatico, distruggendo i raccolti e oscurando quei luoghi per una settimana.
Alluvioni, siccità, fame e malattie avvennero nei tre anni seguenti l’eruzione. Gli effetti più terribili derivarono dalle malattie nella Baia del Bengala. L’enorme nube di gas sulfurei eruttata dal Tambora nell’atmosfera rallentò lo sviluppo del monsone indiano per i successivi due anni. La siccità rovinò i contadini del subcontinente indiano, ma in maniera ancora più disastrosa dette il via a una mortale epidemia di colera. La malattia era stata endemica per secoli nella regione del Bengala, ma la nuova epidemia incontrò la mancanza di resistenza della popolazione, diffondendosi nell’Asia e nel mondo. Alla fine del secolo, il prezzo mortale del colera del Bengala fu di decine di milioni di decessi. Come il disastro biologico del 14° secolo, conosciuto in Europa e nel Vicino Oriente come la Morte Nera, così il colera si diffuse nel 19° secolo come nessuna altra calamità.
L’onda degli effetti del vulcano attraversò il mondo. Nella Cina meridionale, la periferica regione montuosa dello Yunnan risentì dei terribili effetti del freddo, perdendo uno dopo l’altro i raccolti del riso per i venti pungenti e le piogge alluvionali. La situazione era così disperata che gli abitanti della regione mangiavano l’argilla, mentre i genitori vendevano nei mercati i loro bambini o li uccidevano senza pietà.
In conseguenza della carestia triennale, i contadini passarono alla più affidabile coltivazione dell’oppio, per assicurare alle loro famiglie una sopravvivenza ai futuri disastri. Nel giro di pochi decenni, l’oppio venne coltivato in tutta la regione, mentre le lavorazioni e le esperienze si diffusero verso sud nelle lontane montagne delle attuali regioni del Burma e del Laos. Nacque così il “triangolo d’oro” della produzione internazionale dell’oppio.
Se il disastro del Tambora persiste nella memoria storica, ciò è dovuto anche all’ ‘”Anno senza estate”, il 1816, quando i raccolti andarono in rovina in Europa e nel New England, e Mary Shelley rimasta chiusa nella cupa villa sul Lago di Ginevra insieme ai poeti Percy Shelley e Lord Byron, scrisse il suo classico e tempestoso “Frankenstein”.
Uno degli effetti paradossali di una importante eruzione tropicale è che, mentre il pianeta in generale viene raffreddato perché coperto dalla cenere vulcanica estesa dall’equatore verso i poli, l’Artico viene drasticamente riscaldato per i cambiamenti della circolazione dei venti e delle correnti oceaniche nord-atlantiche. Questa anomalia fu scoperta solo dopo l’eruzione del 1991 del Monte Pinatubo nelle Filippine tropicali, la prima osservata con la moderna strumentazione climatologica.
Nel 1817 e nel 1818, l’Ammiragliato Britannico cominciò a ricevere dalle baleniere sorprendenti rapporti di vistose perdite di ghiaccio intorno alla Groenlandia. Giganteschi iceberg si staccavano dalla banchisa alla deriva verso sud fino all’Irlanda e a New York.
La prospettiva di un passaggio a nord-ovest per navigare verso oriente – un miraggio che l’Inghilterra aveva inseguito fin dall’epoca elisabettiana – emerse di nuovo. L’Ammiragliato lanciò per mezzo secolo una dispendiosa e in definitiva disastrosa campagna per tracciare l’inafferrabile passaggio a nord-ovest. Gli inglesi non potevano allora sapere che il Tambora aveva causato la fusione dell’Artico, ma che gli impatti climatici di una eruzione tropicale persistono per non più di tre anni.
L’Artico tornò a gelare giusto in tempo per l’arrivo della prima spedizione polare inglese sotto il Capitano John Ross nel 1818. Anni di infruttuose sortite tra i ghiacci nei mari del polo culminarono nella tragica spedizione Franklin del 1840, quando tutti i tentativi andarono a vuoto e terminò l’epoca eroica dell’esplorazione britannica dell’Artico.
Per due lunghi secoli, i legami tra quel gigantesco disastro vulcanico e la storia dell’uomo sono stati oscurati da due fattori: i limiti della conoscenza scientifica e la visione antropogenetica che cerca solo cause umane per gli eventi della nostra storia, negando l’influenza dei cambiamenti ambientali.
Ora, nel 21° secolo, cominciando ad apprezzare più a fondo l’interdipendenza dei sistemi umani e naturali, impariamo finalmente la lezione di una emergenza di due secoli fa: un cambiamento del clima cambia ogni cosa.

Guido Caroselli.

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