Una congiuntura senza precedenti di problemi climatici, ambientali, alimentari e demografici

Ogni giorno, l’agricoltura produce in media quasi 22 milioni di tonnellate di cibo, incluse 18 milioni di tonnellate di cereali, radici, tuberi, frutti e verdure, 1 milione di tonnellate di carne e oltre 2 miliardi di litri di latte. La pesca e l’acquacoltura portano ogni giorno 370.000 tonnellate di pesce, mentre le foreste rendono 9,5 milioni di metri cubi di legno e di combustibile. In un giorno, l’agricoltura consuma 7400 miliardi di litri d’acqua per irrigare e 279.000 tonnellate di fertilizzanti, per un prodotto dal valore di quasi 6 miliardi di euro.
Per venire incontro alle necessità basilari dell’umanità per il cibo e i mangimi, le fibre e i carburanti, l’agricoltura mondiale impiega un terzo di tutti i lavoratori e dà i mezzi di sussistenza per le famiglie contadine, un totale di 2,5 miliardi di persone. Contribuisce poi alla coesione sociale nelle aree rurali, e preserva le tradizioni e le eredità culturali. Inoltre dà importanti ma non riconosciuti contributi all’ambiente e alla protezione degli habitat naturali, alla gestione e alla qualità delle acque, al controllo delle alluvioni e alla mitigazione dei cambiamenti climatici.
La popolazione mondiale è prevista in crescita dagli attuali 7,6 miliardi ai 9,3 miliardi nel 2050. Questo incremento e il relativo previsto cambiamento delle necessità alimentari indicano che, a metà del secolo, l’agricoltura mondiale dovrà produrre il 60% in più, e il 100% in più nei paesi emergenti, stando agli attuali livelli di consumo.
In passato, il progresso tecnologico e delle istituzioni hanno portato significativi miglioramentu nella produzione e nella capacità di produrre dell’agricoltura.
Ricorrendo a specie ad alto rendimento, all’irrigazione e a notevoli quantità di prodotti chimici, la “Rivoluzione Verde”, tra il 1975 e il 2000, ha potenziato di oltre il 50% le rese dei cereali nell’Asia meridionale. in 50 anni la produzione agricola mondiale è aumentata di qualcosa come il triplo, in riscontro a un aumento del solo 12% delle aree coltivate. Il potenziamento agricolo non solo ha permesso ai coltivatori di alimentare il mondo ma, salvando milioni di ettari di foreste dalla conversione in terre agricole, ha salvato anche una imprecisabile quantità di ecosistemi e ha impedito il rilascio in atmosfera di 535 miliardi di tonnellate di anidride carbonica.
La situazione è comunque lontana dall’ideale, e le capacità dell’agricoltura del passato non garantiscono più per il futuro. Mentre sono cresciuti i rifornimenti alimentari, l’attuale curva di crescita della produzione agricola e della sua capacità di produrre non è più sostenibile. La produzione di cibo sui terreni e in acqua occupa già molto della superficie terrestre, e ha un forte impatto negativo sugli ecosistemi. Nello stesso tempo, le aree rurali costituiscono la casa della maggior parte della popolazione mondiale povera e vulnerabile, che fa un forte affidamento sul capitale naturale per la sua sussistenza e che non ha un accesso sicuro alle sue risorse. Governi deboli o assenti nel possesso delle risorse naturali producono il degrado, perpetuano le ineguaglianze ed esacerbano i conflitti.
I mezzi di produzione agricola e le politiche e le istituzioni che sostengono la sicurezza alimentare del mondo sono sempre più inadeguati. I sistemi alimentari stanno dirigendosi nei prossimi 40 anni verso una congiuntura senza precedenti di pressioni che, estrapolando l’attuale tendenza, comprometteranno seriamente la nostra capacità a lungo termine di produrre il cibo e i benefici economici necessari per la sicurezza alimentare. Senza un significativo cambio di rotta, le successive tendenze alimentari e agricole peggioreranno.

Povertà, disuguaglianze, fame e malnutrizione.
L’attuale produzione alimentare e i sistemi di distribuzione non sono in grado di sfamare il mondo intero. Mentre l’agricoltura produce cibo sufficiente per 12-14 miliardi di persone, 850 milioni, 1 persona su 8, vive senza cibo sufficiente. La grande maggioranza dell’indigenza è localizzata nelle regioni in via di sviluppo, dove la prevalenza della popolazione denutrita è stimata intorno al 14%. La causa principale della fame e della denutrizione non è la mancanza di cibo, ma l’impossibilità di acquistarlo. Nel 2010 più di un terzo della popolazione rurale dei paesi in via di sviluppo era estremamente povero. Il 60% dei denutriti erano donne, corrispondenti al 43% della forza di lavoro agricolo e soggette a una forte discriminazione nell’accesso alla terra e agli altri servizi e risorse.

Alimentazione inadeguata e situazioni insostenibili di indigenza.
Le alimentazioni prive o scarse di proteine, vitamine e minerali hanno causato la mancanza di nutrienti fondamentali per un terzo della popolazione dei paesi in via di sviluppo, mancanza che, se forte, può portare alla cecità, al ritardo mentale e a una morte prematura. Questo mentre altrove un miliardo e mezzo di adulti sono sovrappeso o obesi, con un alto rischio di malattie non trasmettibili, dovute a iper-consumi di cibi a basso costo, ipercalorici e poco nutrienti. Allo stesso tempo, enormi risorse finanziarie e ambientali vengono spese per produrre cibi che vanno perduti o sprecati, pari attualmente 1,2 miliardi di tonnellate ogni anno. Le perdite di cibo e gli sprechi sono indicativi di sistemi alimentari poco funzionali, di perdita di risorse e di emissioni di gas serra.

Insufficienza di terre, degrado ed esaurimento dei suoli.
Le proiezioni della FAO indicano che l’80% (in media) del cibo in più richiesto per far fronte alle esigenze del 2050 dovrà provenire da terre già coltivate. Vi sono poche possibilità di espansione delle aree agricole, eccetto in alcune parti dell’Africa e del Sud America. Gran parte delle terre richieste e disponibili non sono adatte all’agricoltura, e i costi ecologici, sociali e finanziari per farlo sarebbero molto alti. Inoltre, il 33% delle terre è da moderatamente a molto degradato per erosione, salinizzazione, compattamento e inquinamento chimico. Le siccità e la desertificazione sono responsabili della perdita di circa 12 milioni di ettari ogni anno. Nel decennio scorso, qualcosa come 13 milioni di ettari di foreste sono stati convertiti in terreni agricoli, al prezzo della perdita di molti ecosistemi.

Scarsità di acqua e inquinamento.
Le attuali richieste di acqua dolce da parte dell’agricoltura mondiale sono insostenibili. L’uso inefficiente dell’acqua per la produzione agricola esaurisce le falde, riduce le correnti fluviali, degrada gli habitat naturali ed è stato la causa della salinizzazione del 20% delle terre irrigate mondiali. L’uso inappropriato di fertlizzanti e pesticidi ha causato inquinamento idrico nei fiumi, nei laghi e nelle zone costiere. Intorno al 2025, 1,8 miliardi di persone vivranno in paesi o regioni con forte scarsità d’acqua, e due terzi della popolazione mondiale potrebbero trovarsi in condizioni di gravi problemi idrici. Con i consumi d’acqua in aumento a velocità doppia rispetto all’aumento demografico, la parte per l’agricoltura potrebbe essere drasticamente ridotta. La maggior parte del pescato viene dalle acque costiere, dove la produttività e la qualità del pesce sono gravemente danneggiati dall’inquinamento dovuto soprattutto all’agricoltura. La pesca e l’acquacoltura sono anche minacciate dalle competitive domande di energia idroelettrica e per usi industriali.

Perdita di risorse vitali e di biodiversità.
La biodiversità è essenziale per la produttività e l’adattabilità delle specie e per la sostenibilità dell’agricoltura. La maggior parte delle principali colture e delle razze animali del mondo si trova su una base genetica molto stretta. Il 75% della diversità genetica delle colture agricole è andata già persa e un altro 15-37% è attualmente avviato all’estinzione. La deforestazione costituisce una delle più gravi minacce alla biodiversità, poiché le foreste del mondo ne ospitano i tre quarti. La perdita delle foreste pluviali tropicali può causare l’estinzione di 100 specie al giorno. Fino al 22% delle specie animali sono a rischio e l’8% sono già estinte. Gli ecosistemi acquatici e delle zone umide sono minacciati da un’eccessiva perdita d’acqua e dall’inquinamento. Negli oceani, quasi il 30% delle riserve sono sfruttate più del dovuto e il 57% sono tutte sfruttate. Inoltre una parte importante degli animali acquatici catturati ogni anno viene gettata via e molti ecosistemi di acque profonde sono minacciati dalla pesca a strascico.

Cambiamento climatico.
L’agricoltura contribuisce significativamente al cambiamento del clima, la più seria sfida ambientale di fronte all’umanità. Si stima che il 25% delle emissioni mondiali di gas serra sono direttamente causate dall’agricoltura, dall’allevamento e dalla silvicoltura, specialmente per la deforestazione, alla quale può essere addebitato circa il 2% delle emissioni contabilizzate in altri settori, dalla produzione di fertilizzanti, erbicidi e pesticidi, e dai consumi di energia per le coltivazioni, le irrigazioni, le fertilizzazioni e i raccolti. La conversione di ecosistemi naturali in terreni agricoli causa perdite di carbonio organico del suolo pari a 73 tonnellate per ettaro, molte delle quali emesse in atmosfera.
D’altra parte l’agricoltura subisce anche le conseguenze del cambiamento climatico: temperature in aumento, stress da parassiti e malattie, mancanza d’acqua, eventi atmosferici estremi, perdita di biodiversità e altri impatti.
La produttività dei raccolti è prevista in diminuzione nelle aree tropicali, dove alberga la maggior parte dell’insicurezza alimentare e vivono popolazioni denutrite, con i rendimenti agricoli, intorno al 2050, previsti in caduta dell’8%. Il cambiamento climatico incrementerà poi la volubilità dei mercati, penalizzando ulteriormente la maggior parte di coloro che sono già in difficoltà. Gli impatti negativi del cambiamento del clima possono essere contenuti solo in parte dalle misure di adattamento.

Stagnazione delle ricerche agricole.
Esiste una crescente differenza tra un piccolo gruppo di paesi con importanti investimenti nella ricerca agricola e nello sviluppo, e un nutrito gruppo situato a un livello molto più basso. Complessivamente, la ricerca agricola mondiale e le spese per lo sviluppo nel settore pubblico e nel privato sono aumentate tra il 2000 e il 2008, ma principalmente nei paesi più avanzati e a medio reddito, quali la Cina e l’India, ciò non tenendo conto delle tendenze negative nei paesi più piccoli, poveri e sprovvisti di tecnologie. In quelli a basso e a medio reddito dell’Asia, la ricerca e gli investimenti per lo sviluppo sono rimasti stagnanti o sono declinati, indicando che molti paesi di quel continente sono rimasti indietro nella capacità di generare nuove tecnologie. Alcuni paesi della fascia sub-sahariana presentano livelli di investimenti e di capacità così bassi, che la ricerca e lo sviluppo dell’agricoltura sono, nel migliore dei casi, discutibili.

Guido Caroselli – Dati FAO

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