Cernobyl

Ventisette anni fa, pochi minuti prima dell’una e trenta della notte del 25 aprile 1986, il reattore n° 3 della centrale nucleare di Cernobyl, 130 km a nord di Kiev (Ucraina), esplose in seguito a una serie di manovre errate. In seguito all’innalzamento della temperatura (fino a 3000 °C), si verificò un vistoso aumento della radioattività locale, misurato a distanza di 48 ore anche in Svezia. L’incendio durò 15 giorni, e per spegnerlo furono necessarie azioni eroiche e l’impiego di elicotteri per rovesciare sul reattore 5000 tonnellate di sabbia.
L’inquinamento della nube radioattiva ha interessato la verticale di Cernobyl fino a 3000 metri e poi, per azione delle correnti in quota, gran parte d’Europa. Sotto i 1500 metri, la dispersione dei radionuclidi, le particelle che emettevano radiazioni, è passata tra il 26 e il 27 aprile sul Baltico, la Finlandia e il nord della Russia; il giorno 28 sull’Austria, l’Ungheria, la Cecoslovacchia, le Alpi, l’Italia centro-settentrionale, la Francia e la Germania affacciata sul Mare del Nord; il giorno 29 sulla Puglia, l’Adriatico, il resto della Germania e la Polonia; tra il 30 aprile e il 1° maggio tra i Balcani e la Russia europea.
L’incidente ha lasciato tracce significative o assai rilevanti nella neve dei ghiacciai della Groenlandia, della Norvegia e delle Alpi, fino a 100 volte dei livelli radioattivi naturali.
In Italia le particelle depositate al suolo sono state distribuite in forma umida dalle precipitazioni nel periodo compreso tra il 30 aprile e il 6 maggio.
Tra le conseguenze più importanti, un considerevole aumento dei casi di tumore della tiroide.

Guido Caroselli.

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