Eccessi atmosferici e informazione

“Eccessi atmosferici e adeguata informazione nell’era della comunicazione globale”

La vita e la scienza

La vita non dà certezze perché la vita non ha certezze. Ogni benché minimo tratto della nostra esistenza segue le leggi del probabile.
Probabile non significa relativismo assoluto, perché non è possibile che si verifichi ogni cosa.
Probabile vuol dire che un evento è contenuto in un fascio più o meno ampio, ma comunque limitato, di possibilità affini o attigue.

La previsione

So quello che accadrà tra un minuto, cinque, dieci, ma più in là si aprono delle probabilità, non vi è un unico risultato determinato né l’insieme di tutti gli eventi. Nel fascio limitato delle probabilità troverò quel che somiglia di più alla realtà, sapendo che questa non si troverà al di fuori del fascio.
Un evento futuro può uscire dal fascio delle probabilità solo in caso di “crollo”, può essere un terremoto, un’eruzione vulcanica esplosiva o una morte improvvisa di una persona.
Così è per la fisica.
La fisica, dopo il secolare governo del pensiero aristotelico e cristiano, ha svoltato con la strumentazione e con il pensiero di Galilei e di Newton, per citare solo due scienziati. Sono nate le leggi della meccanica e il determinismo: da questo consegue quello.
Più tardi, nel XIX secolo, gli scienziati della termodinamica hanno compreso che la fisica, in particolare la fisica dei gas, segue leggi più complesse, che possono enunciare solo comportamenti d’insieme, anziché seguire particella per particella, impresa impossibile.
Col XX secolo e sempre di più adesso, la fisica quantistica ci ha fatto e ci fa capire che l’universo, sia l’estremamente piccolo che l’estremamente grande, poteva e può essere compreso solo con leggi probabilistiche.
Così anche la meteorologia, dopo una fase deterministica, che tuttora dà frutti limitati nello spazio, nel tempo e nella sostanza, ha iniziato un nuovo approccio probabilistico. Restano comunque indagini scientifiche da migliorare o addirittura da iniziare, faccio il solo esempio della fisica delle nubi, all’interno delle quali le particelle seguono comportamenti niente affatto univoci, ma soggetti a trasformazioni e a interferenze.
Per il clima il problema è più complesso, perché non entrano nella previsione solo parametri fisici, ma quelli più difficili da valutare e a volte in parte imperscrutabili, della crescita demografica, delle dinamiche umane e delle politiche economiche ed energetiche.

Questa premessa va fatta perché ora, entrando nel merito dell’argomento di oggi, sto per prospettarvi tre categorie di atteggiamento nei confronti del cambiamento climatico. Per quanto alla prima categoria, i sostenitori del cambiamento climatico e della causa antropica, appartiene la quasi totalità del pensiero scientifico, non tutti gli scienziati vi aderiscono.
Mentre il principio del buon senso e della prudenza consiglia di prendere comunque stringenti decisioni politiche e provvedimenti per contenere i danni conseguenti al cambiamento del clima, contemporaneamente si rende necessaria una più approfondita indagine sui meccanismi della natura, fenomeno per fenomeno, processo per processo. Anticipo dunque, a mio parere, che dubitare per sapere di più ê lecito e comprensibile, anche se ci mette più al riparo sostenere la prima categoria.

Gli eccessi

Tra le più vistose e negative conseguenze dei comportamenti atmosferici meno usuali (fino alla prima metà del ‘900 avremmo detto anomali, oggi la norma, probabilmente, è un concetto in crisi perché poco aderente alla realtà), possiamo ricordare i fenomeni che, oltre ai terremoti e alle eruzioni vulcaniche, esprimono violente liberazioni di energia e sbalzi termici o che sono il frutto di persistenti situazioni meteorologiche invernali ed estive.
Elenchiamo allora, riferendoci al clima europeo:

Nubifragi, eventi alluvionali, frane
Instabilità atmosferica, colpi di vento, microburst (violenti getti d’aria verticali pericolosi per il decollo e l’atterraggio degli aerei, trombe d’aria, micro-cicloni
Stabilità atmosferica invernale e inquinamento urbano
Onde di calore estive
Valanghe

Qui non ci occupiamo della descrizione di questi fenomeni ma, chiarito che nella loro più accentuata manifestazione e frequenza sono con ogni probabilità la conseguenza del cambiamento climatico e della sua causa di origine antropica, parliamo di come questi dannosi o disastrosi eccessi vengono raccontati, spiegati, comunicati dai mezzi di informazione al grande pubblico e, possiamo aggiungere, ai politici addetti alle questioni ambientali, cioè coloro che devono prendere le decisioni più opportune per far fronte ai danni e ai disastri.

Le diverse posizioni

La prima cosa da dire è che, chi comunica e, nell’altro versante, chi riceve la comunicazione, appartiene a tre distinte categorie:

gli assertori convinti del cambiamento climatico e della causa antropica
i dubitanti, cioè coloro che, prima di essere convinti, vorrebbero prove più solide di quelle esistenti. Si potrebbe dire che costoro sono “scettici metodologici”, inquadrabili nel razionalismo e nell’empirismo moderno, le radici filosofiche che risalgono a Cartesio.
i negazionisti. Sono quelli che affermano che il clima è sempre cambiato e sempre cambierà con i suoi alti e bassi e che in ogni caso, aggiungono spesso, la responsabilità umana è un falso.

Appartiene alla categoria degli assertori convinti la grande maggioranza, il 97% dei componenti la comunità scientifica climatologica e ambientale. Questo risultato, chiamiamolo “il consenso sul consenso”, espresso da un
team internazionale di ricercatori guidato dall’americana Michigan Technological University, attinge da 7 studi indipendenti sulla causa antropica del global warming.
Lo studio dimostra rispetto per le opinioni della seconda categoria, i dubitanti. Si sottolinea infatti che per convincere gli scettici bisogna scavare più a fondo, cercando di validare meglio i dati e le ricerche, fondamento essenziale del processo scientifico. Ma aggiunge invece poi che la negazione dei cambiamenti climatici non è scetticismo scientifico. Aggiungiamo qui: è ignoranza o superficialità.
Solo il 12% del pubblico degli Stati Uniti è a conoscenza di un così forte accordo scientifico, mentre coloro che negano continuano ad affermare che c’è mancanza di consenso scientifico. Le persone che ritengono che gli scienziati stiano ancora discutendo sull’esistenza dei cambiamenti climatici, non vedono il problema come urgente ed è improbabile che sostengano le soluzioni.

Come mai?

Una buona parte della responsabilità dell’ignoranza e della superficialità sulla questione climatica e ambientale è imputabile a una cattiva informazione.
Mentre gli appelli degli scienziati fanno la loro comparsa sui giornali e in tv saltuariamente, in coda ai servizi di politica e di cronaca, maggiore risalto viene data ai filmati che mostrano in pochi secondi un orso polare in difficoltà sui ghiacci che fondono, una balena spiaggiata uccisa dalla plastica, un incendio in Alaska o in Siberia (ma come??? ma lì non fa freddo???). Le possibili reazioni del pianeta alla scelte antropiche sbagliate somigliano, rappresentate male e in fretta, a scene di un film catastrofico, anche al di là dei disastri che già accadono. Ma proiettare quelle scene nella mente delle persone porta al risultato che queste non fanno nulla. Perché spaventare non serve. L’informazione terroristica serve solo a riempire le scatole dell’informazione per un tempo limitato, col risultato che la gente sta letteralmente vomitando il problema e resta indifferente.
I politici, se non hanno una preparazione adeguata, reagiscono né più né meno come la gente comune. Gran parte di quello che stanno facendo è puro greenwashing (un’immagine ingannevolmente positiva sotto il profilo ambientale allo scopo di distogliere l’attenzione dell’opinione pubblica dalle conseguenze), e anche se le loro proposte sembrano buone, pensano che se un problema appare di difficile soluzione, il compromesso sia un buon approccio. Sfortunatamente, la natura e le leggi della fisica non scendono a compromessi.
Nella società dicotomica del benessere e del disagio economico, il cambiamento climatico è percepito da molti come una minaccia troppo grande, troppo lontana, e che richiede cambiamenti troppo drastici rispetto ai nostri standard di vita.
Se si vuole diffondere un messaggio, non bisogna rivolgersi a chi è già convinto, ma far capire a chi vuole capire.

Approfondiamo il tema: situazione mediatica europea e americana

Nell’occasione dell’accordo di Parigi del dicembre 2016, è stato dato spazio all’evento sulle prime pagine dei giornali e nei titoli di apertura dei telegiornali di tutto il mondo. Ma nel periodo precedente e nei mesi immediatamente successivi, la copertura mediatica sul cambiamento climatico è calata drasticamente.
È stata condotta allora una ricerca commissionata dal Fondo Internazionale per lo Sviluppo Agricolo (IFAD, un’agenzia specializzata delle Nazioni Unite), sulla base di un’analisi delle notizie pubblicate e trasmesse da alcuni tra gli organi di informazione più diffusi e autorevoli: TF1 e France 2 in Francia, RAI e LA7 in Italia, BBC e Channel 4 nel Regno Unito e CBS e NBC negli Stati Uniti, oltre alle prime pagine di “Le Monde” e “Libération” in Francia, “Corriere della Sera” e “La Repubblica” in Italia, “The Guardian” e “Daily Mail” nel Regno Unito e “New York Times” e “USA Today” negli Stati Uniti.
Queste alcune delle conclusioni più rilevanti emerse dallo studio:

Le notizie sul cambiamento climatico mancavano del tutto, o erano presenti in numero ridotto nei servizi e negli articoli dei principali organi di informazione in Europa e negli Stati Uniti prima e dopo la conferenza COP21 di Parigi
Il numero di notizie sulle conseguenze del cambiamento climatico, come le migrazioni, risultava dimezzato nei mesi successivi alla conferenza
Mancavano quasi del tutto i collegamenti tra il cambiamento climatico e gli eccessi atmosferici, le minacce alla vita e alla salute, i conflitti, le migrazioni e l’insicurezza alimentare, come se la stampa volesse cancellare gli ovvi rapporti di causa-effetto tra questi eventi
I fruitori delle notizie di giornali e telegiornali desiderano che gli organi di informazione diano più spazio ai problemi generati dal cambiamento climatico e alle possibili soluzioni e, in particolare, vogliono maggiori informazioni sui rapporti esistenti tra cambiamento climatico, salute, insicurezza alimentare, conflitti e migrazioni.

La situazione

Mentre The Guardian e New York Times parlano comunque di crisi climatica e di possibili soluzioni, mentre gli attivisti nel Regno Unito scendono in piazza e il Parlamento Britannico dichiara l’emergenza climatica, nei nostri giornali e telegiornali non esiste una sezione dedicata a notizie di questo tipo.
Non c’è spazio per l’IPCC (il gruppo intergovernativo dell’ONU sul cambiamento climatico), il cui ultimo rapporto dello scorso ottobre (si noti bene che viene dedicata in ogni loro rapporto una speciale sezione ai non esperti e alla politica, cioè a coloro che devono prendere le decisioni per i cittadini), dopo una fase di generale indifferenza, è stato mediaticamente conditi da chiacchiere sul personaggio di Greta Thunberg (definita perlopiù alla stregua di una bambina prodigio da notare perché piange e si incazza in sede ONU, e perfino da ambienti di destra definita “gretina”). Fortunatamente folle di giovani di tutto il mondo pensano e reagiscono diversamente, perché hanno accolto la descrizione scientifica della realtà scendendo in piazza; e allora sì, i tg fanno vedere per qualche secondo immagini di folla, ma come se i giovani fossero idealisti, quasi gli hippy di oggi.

I nostri giornalisti, abituati a fare informazione solo attraverso le ‘notizie’, trattano da sempre la scienza come un tema di nicchia, degno di attenzione soltanto quando fa spettacolo. Perciò le notizie che parlano di ambiente e di scienza sono trattate come curiosità, aneddoti non indispensabili, che in ordine di spazio e di tempo possono trovare un po’ di posto dopo la cronaca, la politica, lo sport, magari dopo il caffè.
Ha detto Gianni Mura, uno dei più bravi giornalisti italiani di sempre: “Inoltre è sempre più difficile capire che c’è qualcosa da leggere, perché se c’è quel qualcosa — che sia la bomba atomica o uno stupro in metropolitana — è sotterrato da un titolo alto così o da una foto gigante”.
La cosa più strana (disinformante?) è che le alluvioni, le trombe d’aria, le siccità e ogni altra violenza o estremo atmosferico vengono raccontati solo nelle cronache o, al massimo, come espressioni di “un clima impazzito” e mai come effetto del cambiamento climatico.
Nei salotti televisivi, diverse posizioni politiche (quasi sempre di destra o populiste) – di conseguenza posizioni mediatiche perché l’informazione è quasi sempre una protesi politica – danno spazio al negazionismo climatico o mettono in discussione il vaccino ai bambini e l’allunaggio del 1969. Altre posizioni (quasi sempre di sinistra), esprimono un generici bla-bla-bla ambientale senza cognizione di causa o, al massimo, con un linguaggio “copia e incolla”. Quel che riguarda tematiche scientifiche che hanno importanti ricadute sociali è discusso su posizioni di principio, rigide e sostanzialmente inconciliabili tra destra e sinistra.

Il pubblico nota: “Nei giornali mancano in prima pagina articoli di approfondimento su questi temi”.
Quando alle persone intervistate è stato chiesto di partecipare al “gioco delle notizie”, in cui i partecipanti devono selezionare gli articoli da pubblicare come se fossero giornalisti, essi hanno scelto le notizie che replicavano le scelte editoriali dei notiziari a cui facevano riferimento. Quando è stato chiesto loro di spiegare le ragioni della propria scelta, uno dei partecipanti ha risposto: “Avevo in mente quello che i media pubblicano, non quello che mi sembrava importante venisse detto in un notiziario”, aggiungendo che “ci si rifà a quello che si è visto in precedenza, così quando tocca a te fare una scelta, la fai allo stesso modo.”
Il risultato è che le firme per salvare l’orso M49 superano di sei volte quelle raccolte dalla più importante petizione degli scienziati italiani sul cambiamento climatico, cito l’iniziativa del luglio scorso di Roberto Buizza, Prof. Ordinario di Fisica della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa e ricercatore ECMWF, Centro europeo di climatologia, che ha inviato una lettera alle più alte cariche istituzionali italiane, sensibilizzandole sulla realtà e sul peso del cambiamento climatico. La petizione è stata firmata da personalità della scienza e della cultura, nonché da comuni cittadini.

Bisogna cambiare

Per garantire una comunicazione efficace di temi scientifici importanti e che hanno caratteristiche di emergenza, ci vuole un lavoro di squadra tra scienziati e comunicatori, come un’alleanza tra scienza e giornalismo, con assunzione di responsabilità verso la gente e con uno sforzo da entrambe le parti: non più torri d’avorio e linguaggio criptico, e non più silenzi, banalità, titoloni, terrorismo spettacolare e ingessature politiche. Serve chi è bravo a fare ricerca e chi a raccontarla, chi sa sviluppare strategie di comunicazione, e chi è capace di creare eventi dove coloro che sanno comunicare possano partecipare.
Forse qualcosa, lentamente, si muove. È degna di attenzione la recente adesione del quotidiano la Repubblica al progetto internazionale “Covering Climate Now”. L’iniziativa, promossa da The Nation e Columbia Journalism Review in collaborazione con The Guardian, firmata da oltre 60 prestigiose testate del mondo, intende riunire i media, grandi e piccoli, di tutto il mondo, nel comune obiettivo di fornire al pubblico una maggiore informazione sul tema dell’emergenza climatica. Il progetto, in corso d’opera, coinvolge ora 170 tra le principali fonti mondiali d’informazione.

Una importante opportunità

Un altro argomento che è poco messo in evidenza dai media è l’aspetto positivo del cambiamento climatico, cioè le opportunità economiche e occupazionali che può offrire. Anziché pensare ai provvedimenti da prendere dopo che stalla è aperta e i buoi sono scappati, spendendo dunque soldi a pioggia dopo ogni disastro, si può investire nella difesa ambientale e delle persone dagli eccessi climatici, e nelle nuove energie, cominciando con il convincere i politici ancora scettici.
La persuasione dell’opportunità economica può essere molto efficace. Come hanno già dimostrato diverse imprese, spesso più avanti delle decisioni politiche, le nuove soluzioni energetiche guardano da qui al futuro e possono anche creare opportunità di lavoro e di sviluppo.
L’Europa è in vantaggio rispetto alle energie rinnovabili. E la Cina, spesso individuata solo come uno dei maggiori produttori di gas serra del pianeta, sta anche investendo enormi somme in energia solare, eolica e rinnovabile, demolendo la produzione di carbonio. Gli Stati Uniti, specie con la politica attuale, hanno reagito molto lentamente, ma esistono e sono in crescita le nuove scelte energetiche, fruttando ad esempio oltre 200.000 posti di lavoro nel solare, con una crescita del 20% all’anno. In prospettiva, questa tendenza, magari con un nuovo governo USA, potrà diventeranno un vero progetto nazionale.
Può essere un invito a farlo anche in Italia, smettendo di concepire il bilancio come fette della stessa torta da servire a uno togliendola a un altro, un travaso di denaro senza sviluppo, purtroppo trascurando l’ambiente, la difesa della vita, della salute e delle opere, la cultura e le energie rinnovabili; e cominciare invece a pensare ad aumentare le dimensioni della torta attraverso una programmazione di sviluppo, di ricchezza e di occupazione nei settori della protezione del territorio e delle nuove energie, in sostanza nel campo del contenimento delle conseguenze del cambiamento del clima.

Guido Caroselli
Università La Sapienza, 28 ottobre 2019.

Consigli di lettura

consigli di lettura
Libri sulla METEOROLOGIA e la CLIMATOLOGIA

Canale Youtube

Canale youtube
I miei video sul canale Youtube