Geoingegneria, clima e raccolti

Il 15 giugno 1991, la cima del Monte Pinatubo nelle Filippine saltò in aria con un’eruzione di enormi proporzioni. Si alzò una nube alta 45 km, riempendo poi le valli circostanti con materiali di deposito spessi 200 metri e distruggendo quasi tutti i ponti nel giro di 30 km. Morirono più di 800 persone.
Il vulcano finì anche per condizionare gli abitanti di tutto il mondo. L’aerosol fece il giro della Terra, riducendo la luce solare del 21%. Questo ha portato gli scienziati a pensare: non sarebbe utile combattere il cambiamento climatico riproducendo questo processo, spruzzando i nostri aerosol nella stratosfera per far rimbalzare la luce solare nello spazio e raffreddare in tal modo la Terra? Si tratta di geo-ingegneria, specificamente di “trattamento della luce solare”, e anche se sembra una stramberia, i ricercatori stanno seriamente studiando la possibilità di realizzare un sistema così drastico, introducendo ovunque effetti potenziali, sugli uragani come sugli ecosistemi.
La rivista “Nature” ha recentemente dato spazio a una ricerca retrospettiva sulle eruzioni del Pinatubo e del vulcano messicano El Chichon (1982), che ha preso in esame le influenze della geo-ingegneria su uno dei sistemi critici: l’agricoltura. La buona notizia è che la scoperta suggerisce che la tecnica potrebbe abbassare l’impennata delle temperature globali, cosa che aiuterebbe a evitare gli stress termici ai raccolti. La cattiva notizia è che l’ombreggiatura solare ottenuta con la geo-ingegneria influenzerebbe negativamente i raccolti, cancellando i guadagni ottenuti con le basse temperature.
“Se immaginiamo la geo-ingegneria come una operazione chirurgica sperimentale, le nostre scoperte suggeriscono che i danni o gli effetti collaterali dell’intervento sono negativi quanto la malattia originale”, afferma il capo progetto del nuovo studio.
Mentre un raccolto in condizioni normali è illuminato dall’alto, in condizioni vulcaniche la luce proviene da direzioni diverse, raggiungendo di fatto le foglie più basse solitamente in ombra a causa della parte alta delle piante. (La stessa cosa accade col cielo nuvoloso – le nubi fanno rimbalzare la luce in tutte le direzioni, cosa che rende difficile vedere le ombre).
Al suolo i ricercatori hanno osservato due classi di raccolti: i C3, che includono la soia, il riso e il grano, e il C4, il mais. Hanno ottenuto dati della produzione alimentare da paesi di tutto il mondo, e li hanno messi a confronto con le misure di aerosol sulfurei provenienti dalle due eruzioni vulcaniche. Gli scienziati hanno prima esaminato i raccolti appena prima delle eruzioni.
Poi i raccolti C3 e C4 in seguito alle due eruzioni, quando gli aerosol hanno disperso la luce diminuendo i rendimenti dei raccolti. L’effetto era maggiore per il mais (C4), che aveva accusato una diminuzione post-Pinatubo del 9.3% in confronto al 4.8% del C3. Ciò perché le colture C4 tendono ad essere un po’ più bisognose di luce.
Ma se le eruzioni vulcaniche sono per gli scienziati i migliori modelli per studiare i potenziali effetti della geo-ingegneria, la coincidenza non è perfetta. Gli effetti della geo-ingegneria possono infatti essere persino più pronunciati. Le eruzioni vulcaniche tendono a distruggere l’ozono, che lascerebbe passare più radiazione solare verso la superficie terrestre, riscaldandola. Inoltre le nubi vulcaniche si soffermano in atmosfera per uno o due anni, mentre la geo-ingegneria sarebbe un progetto a più lungo termine. Ciò significa continuare a spruzzare sulfuri, cosa che potrebbe influenzare la dimensione delle particelle, che potrebbero crescere.
Comunque la prossima eruzione vulcanica costituirà una grandissima opportunità per gli scienziati. La tecnologia è cambiata di molto dall’eruzione del Pinatubo del 1991. Nello spazio naviga un satellite, Calypso, dotato di un lidar che può misurare le particelle e la loro distribuzione. Se si cominciassero realmente a realizzare le soluzioni geo-ingegneristiche, ci potrebbero essere modi per ridisegnare l’agricoltura, per renderla più fruttuosa? Un raccolto di grano, per esempio, progettato per essere più breve, consentirebbe alle piante di dare più risorse ai semi e quindi ai rendimenti.
Perciò, se si vuole riprogettare il clima, potremmo dover riprogettare anche le nostre riserve alimentari. È un effetto collaterale.

Guido Caroselli [Fonte: Grist – agosto 2018]

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