Giove, Nettuno e Marte

La storia offre numerosissimi esempi di influenza degli elementi atmosferici sulle sorti delle vicende belliche. Qui faremo scorrere in fretta i secoli.
I Romani persero nella prima guerra punica circa 700 navi, ben 500 delle quali affondarono a causa delle tempeste. Verso la fine del conflitto, che fu lungo e sanguinosissimo, i nostri antenati riuscirono tuttavia ad acquistare quella esperienza e quella perizia nella navigazione che inizialmente possedevano solo i Cartaginesi. Nel 241 a.C. la flotta del console Lutazio Catulo riuscì a districarsi così bene tra le insidie della tempesta che infuriava presso le Isole Egadi, da sfruttare addirittura a proprio vantaggio i venti impetuosi con un’ardita e vincente manovra navale.
Medio Evo, 1281. L’imperatore della Cina (nipote di Gengis Khan) intendeva conquistare le isole giapponesi per assoggettarle in schiavitù. Fu un provvidenziale tifone a vanificare questi propositi, seminando morte e distruzione nella potentissima armata cinese. I Giapponesi, riconoscenti al tifone, lo chiamarono “kamikaze” (vento divino).
Un bel salto ci porta al 1794. L’inverno fu estremamente rigido e il Lago di Ijsell (Olanda) gelò completamente. Le navi olandesi rimasero intrappolate nella morsa dei ghiacci, costituendo un bersaglio particolarmente comodo per l’artiglieria nemica. Anche l’inverno 1812 fu decisamente crudo e a farne le spese fu Napoleone. Tutti sappiamo come andò a finire la campagna di Russia.
17 giugno 1815. Una pioggia torrenziale si abbatté sulla pianura di Waterloo, in Belgio. Il giorno seguente il comandante dell’artiglieria francese, Drouot, consiglió Napoleone di attendere il rassodamento del terreno, prima di far entrare in azione i cannoni. Le grosse bocche da fuoco non costituivano allora un modello di precisione, non mirando a bersagli prestabiliti ma sfruttando il tiro a rimbalzo per creare scompiglio nella fanteria nemica. Ecco perché non andava bene il terreno molle e fangoso. Il ritardo nel piano delle operazioni consentì l’ingresso in campo delle truppe prussiane di Blücher, gli alleati degli inglesi. Fu l’evento decisivo della battaglia e la vittoria di Wellington.
Nell’autunno del 1854 la flotta anglo-francese in Crimea subì le conseguenze terrificanti di un uragano. I danni e le perdite furono ingenti. Il rapporto della successiva commissione di inchiesta gettò in pratica i semi della prima struttura meteorologica organizzata.
All’epoca della prima guerra mondiale diversi servizi meteorologici erano già costituiti e operativi. Quando scoppiò il conflitto cessarono immediatamente gli scambi di informazioni concernenti il tempo. Gli aerei, praticamente appena nati, richiedevano allora più che mai accurati dati atmosferici, assolutamente necessari per le operazioni militari. Nel febbraio 1915 due grandi aeroplani tedeschi caddero in prossimità delle coste danesi in seguito a una tempesta di neve, non prevista per mancanza di dai nemici. Sul fronte italiano le piogge e la nebbia furono decisive in più di una occasione.
Nel secondo conflitto mondiale tutti i comandi pervennero alla decisione di ovviare alla mancanza di informazioni meteo da parte nemica, inviando sommergibili e aerei ricognitori per rilevare i dati necessari all’individuazione e al movimento delle perturbazioni. Anche il radar si rivelò prezioso in questo campo. Gli elementi meteorologici intervennero nel corso della guerra in moltissimi episodi e in tante operazioni, fra tutte lo sbarco alleato in Normandia, l’attacco giapponese a Pearl Harbour e la campagna di Russia.
Occorrerebbe un volume intero per descrivere le influenze di Giove e di Nettuno nei piani di Marte. Probabilmente è già stato scritto. Noi ci fermiamo qui.

Guido Caroselli.

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