Plastica, un’emergenza

A distanza di oltre 100 anni dalla sua invenzione, siamo abituati tutti i giorni ad avere a che fare con qualche oggetto di plastica. Ci rende la vita più veloce, semplice, economica. Ma ora, dopo un secolo di produzione e di consumi non controllati, la convenienza si è tramutata in una crisi.
Da quando è arrivata nella nostra vita quotidiana, sono state prodotti circa 8 miliardi di tonnellate di plastica, un terzo delle quali adibito per un solo uso e poi gettato via.
Nelle discariche e negli ambienti naturali i pezzi di plastica provocano enormi danni agli ecosistemi terrestri e marini, creando un inquinamento quasi permanente. La cannuccia delle bibite viene usata per pochi minuti, ma nell’ambiente durerà più della vita di un uomo. La busta di plastica per la spesa viene usata per un giorno al massimo, ma quando arriverà nell’oceano ucciderà più di 100.000 animali marini ogni anno. Le balene norvegesi e spagnole sono state cancellate da indigeribili sacchetti, parte dei 12 milioni di tonnellate di spazzatura plastica che ogni anno finiscono tra le onde.
La plastica entra nella catena alimentare. Due anni fa si è scoperto che fibre di plastica possono arrivare nell’acqua di rubinetto. Le particelle microplastiche possono infilarsi nei nostri stomaci, nel sangue e nei polmoni. Gli studiosi hanno appena cominciato a esaminare i potenziali impatti sulla salute.
Secondo alcune università americane, di tutti gli scarti della plastica dagli anni ’50 al 2015 solo il 9% sono stati riciclati, mentre il 12% sono stati inceneriti e il 79% sono finiti nelle discariche o nell’ambiente. In Italia le cose stanno andando meglio. Il Consorzio nazionale per la raccolta, il riciclo e il recupero degli imballaggi in plastica (Corepla) evidenzia che, nonostante l’impegno profuso dai nostri cittadini, il riciclo è ancora un affare complesso: solo il 43,5 per cento viene realmente trasformato in nuovi oggetti – peraltro di qualità spesso inferiore rispetto a quelli originali – mentre il 40 per cento finisce nei termo-valorizzatori per la produzione di energia e il 16,5 per cento in discarica.
A differenza di altre sfide ambientali, mentre gli scettici hanno difficoltà a negare la realtà sotto i loro occhi, la contro-informazione mira a ridurre l’urgenza del problema, parlandone come una questione di gestione dei rifiuti, come se esistesse uno spazio infinito di discarica.
Purtroppo, in realtà, ci troviamo sull’orlo di un disastro. Le attuali proiezioni mostrano che la produzione mondiale di plastica salirà alle stelle nei prossimi 10-15 anni. Solo lo scorso anno, le industrie ne hanno prodotto 325 milioni di tonnellate. Con l’esplosione demografica e le crescenti esigenze dei consumi dell’umanità, la produzione raggiungerà tra 6 anni 450 milioni di tonnellate e 560 milioni per il 2030. In poco più di un decennio potremmo vedere coste e spiagge quasi interamente soffocate.
Abbiamo dunque urgente bisogno della alleanza dei consumatori, degli industriali, della finanza e dei governi per arrivare ad azioni stringenti e decisive per fermare questa crisi. Facendolo, aiuteremo anche a combattere il cambiamento climatico, a creare un nuovo spazio per l’innovazione e a salvare alcune specie vitali.
Evitare le peggiori conseguenze richiede qualcosa di più della consapevolezza, ma invece un vero movimento di pensiero e di azione: un totale ripensamento dei modi di produzione, di uso e di gestione della plastica. Ecco perché l’UNEP, il programma dell’ONU per l’ambiente, sta puntando su un obiettivo semplice ma ambizioso: sconfiggere questo inquinamento.
Prima di tutto i cittadini devono agire come consumatori responsabili e informati: chiedendo prodotti sostenibili e adottando assennate abitudini nei consumi. Vanno ad esempio eliminate le cannucce e le posate di plastica, occorre cambiare alcune abitudini negli acquisti e vanno pulite le spiagge e le coste. Così facendo i consumatori, produttori e rivenditori riceveranno il messaggio e cercheranno le alternative. I supermercati possono aiutare molto, confezionando i prodotti alimentari con involucri riciclabili al 100% e riducendo al massimo l’uso della plastica.
In definitiva il problema, similmente allo stato dell’economia globale, è quello della progettazione di certi materiali di uso comune e di un modello economico che non renda convenienti le cose da buttare via. Per far questo, vanno incrementati gli investimenti pubblici e privati nei campi della ricerca dei nuovi materiali, della progettazione e della chimica ecologica, mentre gli industriali devono rispondere del ciclo di vita dei loro prodotti.
Infine i governi devono dare direttive attuando politiche forti sulla progettazione responsabile, sulla produzione e sui consumi della plastica. Chi inquina deve essere obbligato a pagare. In Francia, un funzionale sistema degli oneri impone costi maggiori a coloro i quali mettono in circolazione materiali non riciclabili. Il Kenia ha recentemente bandito i sacchetti di plastica, con il risultato che i suoi stupendi parchi nazionali sono diventati ancor più attraenti e le fognature sono meno intasate, diminuendo le alluvioni urbane. Lo stesso ha deciso il Ruanda, facendo della sua capitale Kigali una delle città più pulite del mondo e il tipo di città in cui la gente sceglie di vivere e di fare affari.
È sbagliato affermare che esistono crisi ambientali più importanti da affrontare. Nel mondo di oggi, proteggere l’ambiente non vuol dire scegliere un problema prima di un altro. I sistemi naturali sono tra loro strettamente connessi, rappresentando una sfida troppo grande per un approccio così limitato. Sconfiggere la plastica preserverà preziosi ecosistemi, mitigherà il cambiamento climatico, proteggerà la biodiversità e senza dubbio la salute dell’uomo. Si tratta di una battaglia fondamentale da affrontare oggi come parte di una guerra più ampia per un domani sostenibile.

Guido Caroselli

[Fonte: The Guardian]

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