Probabilmente è Natale (dicembre 2001)

Ferma alle speranze degli anni ’80, quando era fortemente convinta di portarci presto al traguardo dei 15 giorni e a un decisivo miglioramento di qualità nei dettagli, la meteorologia, in realtà, non ha saputo mantenere che in parte quelle promesse. Il progresso nei dettagli della prognosi a breve termine è arrivato grazie ai modelli matematici, ovvero a quei congegni di calcolo in grado di tradurre, con ottima fedeltà, le ostiche equazioni della fisica dell’atmosfera e le caratteristiche ambientali degli scenari naturali (monti, colline, pianure, fiumi laghi, coste, ecc.). In sequenze di numeri, in sostanza in pane per i denti dei computer. Così oggi siamo in grado di sapere, non solo se tra due giorni pioverà, ma quanti millimetri di pioggia cadranno in 12 ore e che temperatura minima e massima avremo. Salvo errori, certo, ma comunque con ottima probabilità. La gente ormai lo sa, ci conta, e se arriva l’errore ci rimane male, non fa spallucce come ai tempi di Bernacca, quando sbagliare equivaleva quasi ad azzeccare.
Però l’altra metà della mela, la previsione a due settimane, non possiamo ancora mangiarla. È ancora lì, nei sogni dei meteorologi e fuori della portata di ogni utente. Perché?
Perché la meteorologia non si decide ad abbandonare la strada che molto le rende: il metodo deterministico. Significa ragionare così. Se sono abile a “fotografare” la realtà di questo istante con ottimi strumenti e precisione, e se introduco poi i dati nelle equazioni della fisica (o nel modello matematico), ottengo una buona e certe volte ottima previsione fino a due o tre giorni, e inoltre indicazioni di massima fino a 5-7 giorni. Oltre però è buio. Per la semplice ragione che l’atmosfera è un fluido, un sistema fisico enormemente complesso che si presta male a essere calcolato al di là di una breve scadenza.
Questa scienza non esatta dovrebbe trovare il coraggio di percorrere la strada nuova del probabilismo: perdere la fiducia che dal punto A, attraverso il calcolo B (la strada), si arrivi necessariamente al punto C (salvo poi ammettere la possibilità di errori!). E invece ritenere, più umilmente, che dal punto A si apra un fascio di strade, alcune delle quali, isolate e divergenti, ci possano portare a punti tra loro distanti, improbabili e da scartare; altre strade, invece, più numerose e tra loro vicine, ci conducano a un nugolo di punti addensati, diciamo non una casa ma un piccolo paese. Lì è la soluzione, in quel pugno di case, non sappiamo in quale ma è tra quelle. Abbandonando la similitudine e tornando a un linguaggio meteorologico, potremo dire che, tra 10 giorni, la temperatura massima di Milano sarà compresa tra 12 e 14 gradi, non di meno e non di più. Come risultato non sarebbe affatto male.

Guido Caroselli, Nuova Ecologia, dicembre 2001.

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