Venezia – Giovanni Montanaro, Corriere della Sera, marzo 2015

Venezia secondo e contro natura. Come la Silicon Valley nell’acqua///

Il viaggio è identico. Sant’Elena, il collegio navale Morosini lì dal 1937, San Nicolò al Lido, la bocca di porto, l’Adriatico. La formula è la stessa. È pomposa, ma solida: “Ti sposiamo, mare. In segno di vero e perpetuo dominio”. C’è ancora un Bucintoro, miniatura della imponente nave di rappresentanza che fu. Al posto del doge, c’è il sindaco o, in tempi infausti, il commissario. Venezia sposa il mare. Un anello viene lanciato in acqua, messo al dito del mare, che se lo prende. Il matrimonio si celebra all’Ascensione, la “Sensa”. Due coniugi, insieme da sempre, che non hanno mai smesso di amarsi. E litigare. L’acqua è la sposa (o, forse, il marito).
Percepire Venezia come un culmine dell’artificiale, di ciò che ha fatto l’uomo, è l’errore più frequente. Venezia è la sua natura, la foresta rovesciata di palafitte che la sorregge; è fatta di Tiziano e melma, di Rialto e legno. Nasce contro la natura e durerà finché l’acqua se la porterà via. Fino a oggi, l’acqua, la nostra acqua bassa di laguna, ha soprattutto custodi. L’acqua era la fortificazione, le mura, che la città non doveva costruire. Quando i genovesi, intorno al 1380, avevano preso Chioggia, dentro la laguna, si narra che i veneziani per spaventarli mandassero di notte chiatte illuminate che affidavano alla corrente, lente, per simulare una flotta più potente. La laguna combatteva con loro. Venezia non è pensata per camminarci. Fino al 1854, anno del ponte dell’Accademia, c’era solo il ponte di Rialto tra le due sponde del Canal Grande, e tanti traghetti. E i palazzi hanno sempre la facciata migliore sull’acqua; da lì si deve entrare. L’acqua è la nostra ricchezza. Dal sale di Torcello per conservare e rivendere, alla seta e alle spezie nelle dogane, alla pesca, cefali o “boseghe”, ghiozzi o “gò”, seppie o “sepe”, sogliole o “sfogi”. Residenti, migratori, visitatori; le creature d’acqua hanno caratteri come i nostri, sono altri cittadini.
Prima di dedicarsi alla terraferma, che oggi pretende un pensiero metropolitano, Venezia era anche e soprattutto uno stranissimo modo di governare anche senza annettere, più statunitense che coloniale. I veneziani erano dappertutto con il loro business. A un certo punto, un quarto della popolazione di Costantinopoli era veneziano; era sempre lo stesso mare. L’acqua, però, è ingegneria. Non solo l’asimmetria dolce della gondola, per vogare meglio. Penso all’arsenale, forse la prima fabbrica d’Europa, dove si costruiva quasi una nave al giorno, tutta pronta, dalle corde alla calafatura, dallo scafo alle vele. Almeno fino al tardo Cinquecento, Venezia era la Silicon Valley, con gli scafi più innovativi, per esempio le galeazze da guerra con l’invenzione del fuoco laterale.
L’acqua è anche comando, potere, milizia. Quando l’Adriatico si chiamava Golfo di Venezia la città, incredibile pensarlo, era il contrario di oggi e aveva un vantaggio tecnologico, la velocità: l’acqua era più svelta dei cavalli. Venezia è la città senza automobili ed, effettivamente, è stata unica ma come tutte le altre fino a un secolo e mezzo fa, visto che gli Asburgo hanno portato i binari al posto della chiesa di Santa Lucia, con quel primo ponte verso la terraferma che poi Mussolini raddoppierà con il ponte della Libertà. Ma Venezia, in realtà, è come l’acqua. Nonostante le apparenze, non sta mai ferma.e Venezia potrebbe tornare Silicon Valley, ora che la velocità massima è la rete, una nuova acqua.
Il vero dramma ê il crollo della popolazione, dai 170.000 abitanti degli anni Cinquanta ai 60.000 attuali. Così pochi non siamo dal Medioevo, ma tradisce Venezia chi crede nei processi irreversibili, chi non vuole salvarla. Venezia è sempre cambiata, dai marinai ai mercanti, dai pittori alle prostitute, dagli architetti ai chimici. Ha saputo reinventarsi, lo farà ancora. Venezia ha avuto gli stessi abitanti di Roma, circa 150.000, almeno fino al 1750, dopo averne avuti per secoli molti di più. Ora ci sono cinquanta romani per un veneziano. In futuro? Chissà. Dipende dall’acqua? Certo, il cambiamento. Forse, lo spopolamento.
L’alluvione del 4 novembre 1966, che chiamiamo “acqua granda”, ha cambiato tutto. L’acqua non scendeva mai, l’acqua rimaneva, ha distrutto tanto. I pianterreni sono diventati inabitabili, commerciali, sono arrivati i turisti. Troppi. Oggi l’acqua è anche la strada per fuggire, per andare nell’altra Venezia, quelle delle imbarcazioni, le “sampierote”, i “sandoli”, le isole. Lì spesso si ritrova il senso di stare a Venezia. Lì si ė certi che Venezia è un corpo, che va sposato ogni anno. E si capisce perché per la Serenissima piantare in laguna un palo, una “bricola”, senza autorizzazione esponeva a sanzioni più severe che ferire una persona. Sì, i venezioni, quando è stato necessario, hanno deviato il Brenta, hanno creato al Lido i meravigliosi bianchi “murazzi”, ma la lingua litiga, sa ribellarsi. È successo con il Canale dei Petroli, che ha cambiato le maree e le loro oscillazioni, può succedere con il Mose, costato troppo in troppi sensi, o con altri nuovi scavi. Certo che poi, l’acqua fa anche tutti i colori, quei cieli, la luce che c’è solo qui, rossa, blu, oro. A modo loro, ripagano dell’umido dell’inverno, l’acqua, in fondo, è l’odore di sale che ti sorprende ogni volta che torni, l’odore che ha solo Venezia, l’odore che senti quando apri la porta di casa tua.///

[Giovanni Montanaro – Corriere della Sera – 26-3-2015]

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